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QUESTIONE DI stile. QUANDO UN BRAND O UNA MODA NON FANNO ELEGANZA

ott 1 • Cultura sarda • 295 Views • Nessun commento

di Michele Fois

Il famosissimo buon gusto italiano, come la dieta mediterranea, sta andando pian piano a farsi benedire: l’estetica contemporanea almeno in termini di stile, si è lasciata attraversare da un eccesso di libertà esibito con estrema naturalezza. In gergo tale usanza, si definisce casual Friday, terribile invenzione americana, che come tante altre cose ha varcato i confini del mondo sviluppandosi con successo su tutta la fascia stilistica. A guidare tale mood sono coloro che si curano poco o niente delle regole che l’etichetta impone. Il dress code (codice del vestirsi) è un insieme di regole non scritte, nozioni di abbigliamento che dichiarano in maniera implicita una serie di notizie utili a presentarsi con stile in qualsiasi situazione – party, lavoro, vita quotidiana – facendo bella figura, perché sapersi vestire non è certo un accumulo casuale di indumenti o un’accozzaglia di forme e colori: la moda è scienza creativa, frivola ma pur sempre importante. La disinvoltura del casual ha origine tra la fine degli anni novanta e l’inizio degli anni zero, ossia nell’epoca del web: aprendo l’armadio di coloro che appartengono agli anarchici dello stile, ci si imbatte subito in collezioni assodate di felpe col cappuccio, t-shirts, jeans, meglio se sdruciti e consumati, pantaloni cargo, e soprattutto sneakers, meglio se sudice a dovere, che dichiarano la movimentata e ricca vita sociale, fatta di concerti, serate e tutto ciò che concerne il tempo libero. Spesso alcuni rifiutano categoricamente la possibilità di far fare un giro in lavatrice alle proprie sneakers, levare le macchie di sporco: per i fruitori di questo status, è sinonimo di medaglie perse o azzeramento di dati importanti dal proprio cv. Detto ciò, non si vuole certo criticare chi ha scelto di vivere la propria esistenza all’insegna della praticità e del comfort, dato che tale filosofia è assolutamente lecita: bisognerebbe però considerare il modo di abbigliarsi come qualcosa che rispecchi la propria personalità, non dimenticando che un determinato modo di vestire diventa necessario in contesti lavorativi dove il ruolo sociale, lontano dall’ostentazione di brand o status, deve essere conforme alla fase della giornata ed al ruolo-carica ricoperta. Capita spesso infatti che al fenomeno citato all’inizio se ne accosti un altro di superiore simpatia dove donne bardate a dovere e contraddistinte da uno stile discotecario o mise da seconda serata televisiva, eccedono con cattivo gusto in ogni out-fit sfoggiandoli con sicurezza alle nove del mattino, in un ufficio comunale o dietro ad una cattedra.
Le paladine del lurex e delle paillettes a tutti i costi non sono certo le sole a concedersi tali licenze: sono infatti ben accompagnate dai loro colleghi maschi motivati dalla ormai assodata categoria dei metrosexual, con il loro stile cafonal-chic-sexy. Indossano di prima mattina camicie stretch generosamente sbottonate, modello tronista, jeans strappati ad arte, scarpe a punta e giacca da proprietario di night club. Poco importa se invece che gestire qualche localaccio si è impiegati con la consulenza al cliente, dove anziché dispensare passi di favole da mille e una notte, bisognerebbe dare informazioni ad anziane signore con memorie e nostalgia di buoni usi e costumi. La colpa di tanto eccesso è degli stilisti più trendy per il popolo della notte, che dovrebbero fornire i propri capi griffati con istruzioni d’uso e consumo, proprio come quelle che si trovano sul retro delle confezioni della pasta dove, grazie alle giuste indicazioni (tempi di cottura, eventuale ricetta), è più facile essere cool evitando le controindicazioni sopra citate.

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